Facciamo spazio alla cura

In questa fase straordinaria di mutazione delle nostre quotidianità, il programma di Sex & the City prova a interrogarsi sulle criticità che sono emerse con maggiore prepotenza nell’ambito delle dinamiche di genere. In questa condizione di forzatura e distorsione, tutti noi abbiamo potuto notare il disvelamento di problemi già esistenti in maniera più evidente.

Il tema che si è posto al centro dei nostri ragionamenti è la cura: la cura come lavoro di cura, ma anche come cura dei rapporti, degli spazi, delle nostre case, della città tutta. 

Proprio il lavoro di cura infatti si è posto al centro delle vite di tutti noi, e con molta più evidenza nella vita delle donne, che ancora oggi sono coinvolte nel lavoro riproduttivo ben più di quanto non lo siano gli uomini. Intendiamo per lavoro di cura o riproduttivo tutto ciò che concerne l’allevamento dei figli, la cura di persone non autonome e il lavoro domestico.

L’Istat riporta un paesaggio sociale estremamente arretrato nel nostro Paese. Vi espongo qualche dato per rendere più chiaro questo aspetto: meno di una donna su due lavora, e quelle che lavorano sono in buona parte impiegate nei settori oggi più a rischio a causa dell’emergenza sanitaria (turismo, commercio, comunicazione); in questa fase di lockdown solo il 51% degli uomini in smart-working si sono resi partecipi dei lavori di casa e, più in generale, Ipsos riporta che il 74% delle donne sostiene di avere sulle spalle la gestione della casa senza aiuti dal partner.

Il problema in ogni caso non è solo italiano, secondo una ricerca del dipartimento del lavoro degli Stati Uniti fatta nel 2018, le donne in media si occupano della casa e dei figli il doppio degli uomini, anche quando lavorano entrambi a tempo pieno e perfino quando la donna guadagna di più. È un retaggio millenario in cui la divisione dei ruoli viene determinata dal genere di appartenenza, e ai progressi nell’emancipazione delle donne nel lavoro non è corrisposto uno sforzo paragonabile per rendere equa la mole di doveri domestici.

La casa, dunque, diventa punto centrale di un’osservazione che inquadra la vita delle donne. Lo spazio domestico è al contempo il luogo in cui avviene la percentuale maggiore di violenze sulle donne: ancora Istat conferma che le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, nel 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. 

L’osservazione che propone il nuovo programma di Sex & the City prova a scardinare alcune dinamiche ormai inaccettabili; l’analisi dello spazio domestico e il necessario ripensamento della sua connotazione “femminile” sono azioni che devono affiancarsi al ripensamento più generale degli spazi condominiali, dei cortili privati, così come dei giardini pubblici, delle piazze e delle strade delle nostre città.

È dunque la genitorialità, come lavoro di cura, che necessita di essere ripensata, a partire dal riconoscimento della prevalenza femminile nello svolgimento dei compiti che questa richiede. Noi pensiamo che la città con i suoi spazi possa contribuire a migliorare la vita dei genitori, delle donne in particolare, e dei figli. 

Da una parte, un tema che merita particolare attenzione è quello relativo alla percezione dell’insicurezza, sempre in crescita pur a fronte di un calo significativo della criminalità nel nostro paese negli ultimi trent’anni. Il senso di insicurezza delle donne, peraltro, è decisamente maggiore di quello degli uomini: il 36,6% non esce di sera per paura (a fronte dell’8,5% degli uomini), il 35,3% quando esce da sola di sera non si sente sicura (il 19,3% degli uomini).

A questo fine è necessario comprendere e ripensare di tutti quegli aspetti, quei luoghi e quelle dinamiche che avvengono nelle nostre città e che sono considerati “insicuri”, costringendo in questo modo donne e bambini al confinamento domestico. Le città devono essere più sicure, ma soprattutto devono essere percepite come tali. In questo modo potranno ospitare persone libere di usarne i suoi spazi senza timori.

Al contempo l’abitare può diventare oggetto di progetto per una genitorialità differente, capace di superare l’isolamento dei nuclei familiari. Lo spazio e il progetto di architettura, se volessero, potrebbero davvero esprimere una volontà diversa: lo spazio può diventare il luogo di rappresentazione di una comunità, una collettività, dove la genitorialità e la quotidianità possono essere condivise, dove la casa non è più solo il luogo in cui si racchiude la propria vita privata ma è anche il fulcro di una con-vivenza, una con-divisione. 

È la soglia tra pubblico e privato che necessita un ripensamento, al fine di provare insieme a costruire una condizione che sappia stare nel mezzo, tra pubblico e privato, e che in questo modo lavori positivamente nella costruzione di nuovi scenari.

Sex & the City prova a fare luce su questi temi, anche attraverso il confronto con esempi virtuosi di amministrazioni straniere, nel tentativo di mostrare come i nostri spazi, pubblici e privati, possano essere parte attiva nel processo di raggiungimento di una reale parità tra i sessi, attraverso una prospettiva che non si limiti a riconoscere alle donne meriti e virtù, ma sia capace di ripensare i modelli (spaziali, relazionali, famigliari) alla loro radice.

Il covid ci costringe a ripensare moltissimi aspetti della nostra vita. Come per molti altri campi, anche le relazioni di genere con lo spazio urbano hanno subito dei mutamenti profondi in questi due mesi di lockdown. Nel momento in cui ci apprestiamo a ricostruire le basi per una graduale ripartenza è necessario soffermarsi su ciò che ci è accaduto e ci sta accadendo, al fine di impostare il nuovo inizio su basi maggiormente attente al benessere di tutti, cittadine e cittadini. 

In risposta alla domanda della strategia di adattamento Milano 2020: quale società e quale comunità vogliamo essere e costruire dopo la crisi? proviamo a fare un’ipotesi: e se la città di domani mettesse al centro la cura, che città sarebbe? come cambierebbero gli spazi che abitiamo per far sì che il necessario distanziamento fisico non diventi pretesto per un distanziamento sociale che acuisca le diseguaglianze?  

Intervento in occasione di Arch Week Marathon, 16 maggio 2020